
Incontro 14 maggio: adolescenza e tossicodipendenza
5 Maggio 2022Mia figlia per strada, io in terapia Ma contro lo spaccio non interviene nessuno
Articolo di Caterina Giusberti pubblicato su La Repubblica 31 agosto 2020
«A un certo punto ho anche sperato che l’arrestassero, così magari l’avrebbero obbligata a disintossicarsi». Paola, 60 anni, è la madre di una ragazza tossicodipendente di 30 anni seguita dal Sert. «Io non so mia figlia dove dorme – dice -, vivo col terrore che si prenda una coltellata. Ogni tanto le faccio una ricarica al telefonino, ma di soldi non gliene do. La porto fuori a pranzo perché non voglio darle la sensazione di essere abbandonata, voglio che capisca che quando deciderà di smettere sarò al suo fianco. Ma nel frattempo può morire, può prendere il Covid, può impazzire.
Farsi oggi costa venti euro, al mercato nero si trova anche il rivotril (un ansiolitico molto diffuso tra i tossici, ndr). Ma io mi chiedo: com’è possibile che abbiamo i droni, siamo andati sulla luna e non riusciamo a fermare lo spaccio in via Borgo di San Pietro, Piazza Verdi e via Mascarella?».
Signora, Come ha scoperto che
sua figlia faceva uso di eroina e crack?
«A scuola aveva cominciato a farsi qualche canna, poi ha iniziato a lavorare ed è andata a vivere con un’amica. Qualche anno fa è tornata a casa dicendo che aveva bisogno di stare vicina alla famiglia. Una mattina che non era tornata a dormire ho trovato tra le sue cose una bustina con un cucchiaio e un barattolino di bicarbonato: ho guardato su internet e ho capito».
E cos’ha fatto?
«Mi sono rivolta a una cooperativa che si occupa di dipendenze per avere qualche consiglio, poi le ho parlato e alla fine me l’ha detto lei, ha pianto molto, mi ha detto che erano già diversi anni, che non sapeva come uscirne. Siamo andate insieme al Sert, ma le danno il metadone e lei continua a farsi. Gli educatori sono pochi, gli psicologi pure. I medici dicono che dev’essere lei a decidere di smettere, ma io mi domando: ci sarà un modo di arrivarci senza toccare il fondo?».
In strada come ci è finita?
«Quando vivevamo insieme mi sembrava sempre di sbagliare, ha rubato, rotto delle porte, invitato gli spacciatori in casa mentre non c’ero, i vicini hanno dovuto mettere le telecamere. Suo padre, il mio ex, ha provato anche a portarla a fare il cammino di Santiago, ma è tornata che andava sempre peggio, e poi ho anche un altro figlio a cui pensare.
Allora l’ho messa davanti a una scelta: o vai a farti curare o esci di casa. Pensavo di provocarla, invece se n’è andata».
E adesso?
«Adesso mi pago la psicologa perché se no impazzirei, frequento una volta alla settimana un gruppo di mutuo aiuto, ma vivere così sta diventando difficile. Ci vorrebbero più servizi, più persone. Alcune settimane fa mia figlia aveva deciso di curarsi, ma la responsabile del centro che ha chiamato era in ferie e le hanno detto di richiamare.
Un’altra occasione persa. Io mi sento molto sola, c’è qualcosa che non va. Gli spacciatori li arrestano in direttissima e il giorno dopo sono fuori col foglio di via in tasca. Piazza Verdi dopo una certa ora è terra di nessuno, mentre piazza San Francesco è chiusa e non ci fanno neanche più giocare i bambini per evitare gli assembramenti. A Bologna hanno creato dei ghetti, questa è la verità. Ma vederlo mi fa male. Io ho scelto di vivere in questa città perché era all’avanguardia, per i servizi che offriva»
